Venere

Venere


Il pianeta dell’amore, come viene chiamato dall’astrologia popolare, è in verità il simbolo che si apparenta alla Luna per sottolineare gli aspetti storico-mitologici del Matriarcato.
Venere, la latina Venus, comparve alla vista umana nel cielo già all’epoca dei Babilonesi o almeno nel secondo millennio avanti Cristo.
I Babilonesi la descrivevano come una “chiara fiaccola” e il “diamante scintillante al sole” che offriva “uno spettacolo meraviglioso”.
Ben presto però il pianeta venusiano divenne anch’esso archetipo o simbolo della Grande Madre. L’ideogramma di Venere è forse il più noto e suggestivo: un cerchio con una croce appesa e capovolta verso il basso.
Una certa tradizione astrologica, invero improntata ad una atmosfera sacrificale e penitenziale, vede in questo geroglifo un simbolo di inflazione dell’aspetto immanente carnale e orgiastico, “peccaminoso”, dell’uomo che prevale sull’aspetto spirituale e mitico rappresentato dalla Croce. In questo caso, il mondo (il cerchio) prevale, sovrastante sulla Croce, che viene rimossa e ricacciata nell’inconscio. Il simbolo sacro sarebbe rovesciato, interrato verso la direzione luciferiana, ctonia. Oppure, altra versione, la croce Spazio-Tempo-Materia, viene nascosta, obsoleta dalla coscienza umana, decisa a vivere soltanto la dimensione immanente del quotidiano. Altri studiosi vedono in Venere il simbolo perenne dei piaceri dionisiaci. E’ fondamentale però l’attribuzione di Venere alla espressione affettiva sensuale. La mitologia dell’astro ci porta in pieno nella dimensione delle veneri greco-romane, nel regno delle meravigliose dee olimpiche e creature mortali di incomparabile bellezza, ma prima ancora abbiamo riferimenti di una mitologia babilonese riferita al pianeta Venere. In antico essa era chiamata “Helel ben Shahar” portante una allegoria ebraica connessa alla caduta di Fetonte.
Ishtar aveva il dominio di Venere, che in quel nome originario significava “alba”. Venere sarebbe dunque, nella tradizione biblica, la madre di Lucifero, il cherubino edenico che più tardi, avendo tentato di superare la gloria di Iddio, viene sprofondato nel Sheal dando origine al Demonio. In Grecia, la dea venusiana assume nomi alquanto diversi e tutti si avvicinano alla qualità lunare. Si ritiene pertanto che il culto della Dea Madre e l’espressione matriarcale sia passata dalla Luna a Venere e quest’ultima assumesse il ruolo di protettrice del bestiame e dei campi. In Babilonia, fu chiamata Astarte, come “imago mater”, già dalle popolazioni precedenti ai Sumeri; nome giunto sino all’epoca romana, dove alcune personificazioni di Astarte-Venere erano deità del libero amore sessuale che richiedevano sacrifici di bambini appena nati, immersi nelle acque del Tevere eppoi adagiati intorno alla pietra sacra di Astarte. L’affinità specifica fu trovata con la Vacca e quindi col Toro, ragione questa per cui il primitivo culto era incentrato sulla preservazione delle greggi, le colture, il cibo. E’ chiaro dunque il trapasso in linea diretta in Cerere, Cibele. Questa Venere è quindi essenzialmente istintuale, naturale, quasi biologica, non riferita all’uomo.
I Fenici l’adoravano col nome ASTORETH ed era in rapporto con Asterius, il Minotauro di Creta; gli Assiri la chiamarono ISHTAR nella sua qualità lunare e per molto tempo regnò grande confusione nelle attribuzioni fra Luna e Venere. Nella mitologia induista assunse una divinità molto vicina alla Dea Kalì.

Astrologia e Mito
Simboli e miti dello Zodiaco nella Psicologia del Profondo
Roberto Sicuteri